Volturh

Dell’angoscia,

si conosca padri e madrioska.

Poiché ciò che cela l’onda

si rivela solo a tarda riva più profonda,

di questa vita che si affolla sulla stessa barca,

finché barca non affonda.

ci si incontra nell’ombra di poppa

quando luce ve n’è troppa e accieca

come un’orda o una mosca,

dentro la volta che ascolta ma rinnega.

Butta l’ancora dove sonda occhio corto

dove naso di canfora

non senta corpo morto senza obolo ne soldo.

Sicché nulla tocchi anima

così da far sembrare il presagio più torvo

un leggero volo d’aquila,

e farci sperare un porto

se anche cristo crocifisso

il terzo giorno fu risorto e risolto.

Sellate nave senza timone

verso tempeste d’altro dolore.

lasciate le finestre del nome o voi ch’entrate

al loro posto saranno messe

grate sempre più spesse.

(una volta partorita ogni Ragione)

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Outunno

Tempo brutto e non migliora.

Scelgo un ceppo in lutto, una volta sequoia, ora distrutto dal vento che fa la spola, marca a zona. un frutto si salva da questo boia, impiccato ad un ramo secco d’ansia bianca.

Esso perdona ancora per poco, certo del suo destino disegnato nel fuoco lento, l’indomani presto spento. questo assassino ch’odora di Bora m’accompagna il passo largo, lesto e falso sul cammino mesto verso l’aurora a cui risalgo, mentre parlo al buio pesto ciò che tiro mancino, poiché manco con il braccio destro e scarso, sin da quando vivo, sin da quanto sono bambino.

(Mo)mento infausto e asciutto, il resto si colora di giallo matto e verde tagliente come il freddo che chiude bocche, cuce finestre spente, per non interpellare corrente.

Tocco con mano ciò che ho corrotto per sempre, a monomodo, così che niente rincuora il cappotto mai più rosso.

Lascio ogni pasto, poiché un nodo scorsoio riempe l’intera gola, un’altra notte muoio dal sonno e dal sogno, m’alzo da un letto di cera senza una volta, fatto di mal voglia che cola una foglia della mia Ultimavera bruna, di neve nera, di Ovestate mora e senza scuola, cosicché si perda tutto e non si impari una cosa sola, se non quella più buia, ch’assomiglia a lacuna.

Prendo spunto dal dubbio, perchè quando il torto parla sbaglia anche se non rispondo, così s’accascia il punto del discorso, stravolto dalla faccia dell’altra medaglia,

per l’appunto,

il defunto bruno Outunno.

Karmage

L’eterno è una clessidra Empia d’ogni sabbia. Fuori dal tempo dove il nulla lo soppesa.

Con audacia disperata, meticolosa e precisa disorganizzazione ho perso quei piccoli altari che gli umani pregano sulle loro credenze, smarrito foto ricordo, a cui ho fatto voto di non farci ritorno, di non perderci nemmeno un altro giorno.

Quand’ero giovane, ancora mai nato, aprivo la porta solo di notte. Sradicavo finestre.

Perché la Luna non entra mai.

Di notte vi è l’ebrezza a darci il capo.

In quei giorni mi sono circondato di Fauna notturna. Mi hanno sempre parlato di una mia fortuna, di cui stento ancora adesso a farmene qualcosa.

Troppo impegnato a svuotare le costole per dare mangime ai corvi.

Ho fatto di tutto per accompagnarmi alla miseria altrui, non ho risparmiato niente per la mia felicità. Disprezzavo l’arte nei musei per ammirare i tanti, troppi draghi funebri che infestano questa città dal di dentro.

Tele rotte da esperimenti pantagruelici,

artisti dei buchi,

scultori della carne.

Quanto tempo perduto negli orologi vuoti.

Ora che cammino sul fondo verso altri piani, riesco a vedere con chi mi sono accompagnato, ora che l’oceano è senz’acqua, adesso che le conchiglie non hanno mare dentro.

Resto affascinato quando guardo questi squali agonizzare nella secca. Fuori dal loro habitat muoiono in poco tempo.

E qui vedo anche i miei delfini, le sirene che mi hanno ammaliato. Seppure abbiano vissuto di invidiabile bellezza, neanche loro possono vincere l’inevitabile.

Le poche anime disposte a seguirmi, se hanno la capacità di adattamento che serve per stare in superfice, si contano con gli occhi. E di questi quasi mai funzionano come promettono.

Ma non c’è bellezza nella felicità a cui aspiro. Dove l’occhio giace scompare una persona a me cara, non appena viene distratto d’Altro.

Ho il sicuro dubbio di arrivare solo dove sto andando.

Tengo la certezza volubile di non aver testimone per quello che sarò.

Assomiglierà a un magnifico funerale, di cui molti saranno a riposare sotto la pietra, il resto dei pochi verrà in piedi, con quello che resta delle gambe.

 

The Dust Of Us

“andiamo via.”

 

Non ho risposta pronta quando manca di domanda.

ma basta lanciare l’occhio oltre la finestra del corpo per capire cosa prova. uno scenario caustico.

Non trovo motivo per testimoniare la morte delle persone a cui vuoi bene.

Perché restare a guardare un paese senza speranza, seppur minima?

Il panico e la paura erano già abitudini tempo addietro, ora le vediamo diventare certezze  di chi si arma fino ai denti senza avere parole per colpire, poiché ad ogni angolo si rischia di perdere ciò che rimane.

Che cosa rimane dunque?

Ma non è il paese a morire, questo mondo intero ha i minuti contati, prima di qualcos’altro. guaio è ignorare questo dannato, Santo Altro.

Cosa verrà dopo la tempesta di nuvole? Vi è ancora un sole?

Forse tempo fa, non avrei pensato, sarei partito senza indugio, verso gli spiragli di cui si mormora. Da cui lei proviene, dove hanno visto i suoi occhi. Anche se non erano tesi come ad oggi.

A volte, quando la guardo vedo un tempo di cui non si parla più, neanche tra le pagine dei libri. Forse lei non è solo ciò che rimane di sano in tutto questo, credo sia la cura, l’unica dopotutto. Il suo sangue non mente. Il sangue per cui soffre tale degrado.

Probabilmente ha ragione, dovremmo partire. Prima che non sia più possibile.

Non vi è motivo o mano a trattenermi. Questa città vedrà la sua fine, c’è solo da capire quando. Non sono stato corrotto da tutto questo “politico” di cui si sente in giro…

Quello che mi ha corrotto è stato proprio l’adattamento.

La Sopravvivenza più disorganizzata e disperata.

Mentre il mondo si ammalava, io studiavo per assistere la sua eutanasia, pulire laddove ha sporcato, somministrare sedativi, invitare questa enorme massa di infetti a lavarsi, se vogliono vedere le cicatrici di quelle piaghe, sempre che possano rimarginarsi.

Io ho costruito la mia fortuna sulle macerie umane.

E mentre le insegno a togliere la sicura alla gola perché sia pronta a sparare piombo, sento di minare un qualche tipo di amor proprio.

Un male necessario.

Partire significherebbe camminare verso l’occhio del tornado. Le strade non sono sicure.

Ma non è L’esodo a spaventarmi. Bensì l’arrivo.

Ad oggi, temo di non essere più in grado di vivere un tessuto sociale senza questo tumore.

Le insegno a usare la polvere da sparo, perché imparare da lei l’arte di amare mi sembra infattibile.

In realtà, sono anche io malato, ho contratto una paura bianca e scarlatta.

Ciò che rimane di me. Come polvere dietro mobili mai spostati.

qui, restiamo.

 

Càrcära

Ritrovo il filo del nostro discorso per farti una collana con perle di saggezza.

Abito il tuo silenzio mentre chiudi la porta al mondo.

Attendo sulla soglia

facendo carezze sulla tua porta senza serratura, e io sono sprovvisto di chiavi.

Quando urli senza voce,

L’impeto mi consiglia di sradicare i serramenti, sfondare l’acciaio…

Come se tu fossi dietro,

e invece esisti attraverso.

Che ogni tuo giorno sia vergine e fertile allo stesso attimo,

anche oggi che rinasci.

Tu che hai occhi dai tratti somatici e selvaggi,

quando rovesci acqua Santa

ogni volta che piangi.

 

A Marta Ardesi, per il giorno della tua REnascita.

Crioro

II tutto è solo metà d’un qualcosa di infinitamente più piccolo.

La prospettiva fu un falso risultato, un falso ideologico se lo guardi da dietro l’obbiettivo.

Ecco dove devono stare gli arrivi.

Come un cane che si morde la coda dell’occhio.

Baci e abbracci, nuovi e ignoti presagi dell’abbandono, sintomi allineati di una profezia che nomina qualcosa già accaduto in tempo remoto.

Non vi è più tempo, è sempre stato troppo tardi. È un’illusione tangibile il tempo, opera d’arte vivente a portata di polso. A cui non batte il cuore, eppur si muove.

Chi si muove nel nostro polso?

Non occorre più il sesto senso per vedere i fantasmi, è sufficiente vivere in mezzo agli altri. Serve un senso anche stupido e di poco conto, (solo fino a uno, giusto l’attimo per non riuscire a nascondersi) per guardare carne, per mirare chi è imprigionato dentro… o dietro.

Ma chi sta muovendo chi?

Chi si è mosso come una voglia?

Se abbiamo terminato anche l’ultimo, ridicolo senso, basterebbe un nesso, un verso. mi accontento a venire in mente ad un pensiero.

Uno sguardo senza occhi, un cenno perso nel capo chino.

Incertati nasca prima dell’alba di una nuova Luna, dopo il buio del vecchio sole.

Al fondo del vicolo cieco,

dietro l’angolo più ottuso.

 

 

 

Satori

Hai mai provato a ingoiare il sole?

Conosci il gusto dell’alba?

L’attimo che eleva il corpo e viso, quasi da non credere al cuore.

Lì, in quell’attimo che sa di odore, i polmoni spalancati, sorpresi dalla gioia inaspettata, la bocca aperta, ma colma di parole che mancano.

È il sorriso che spezza il corso delle lacrime, come il fiume lacerato dalla diga umana.

Da qua sopra, ci si sente al di là del cielo.

Quando con tutta probabilità si è a un passo dall’abisso.

Più vicino alla fine e all’inizio di qualsiasi altro momento.

Batori

Risorgiti, dopo essere caduto come lacrime gemelle. Hai voluto sporgerti oltre orizzonti torbidi, dove non osano nemmeno le stelle.

Porgiti l’altra guancia, le carezze faranno più male delle sberle. Il coltello incastrato nella pancia è il motivo per cui sei ancora vivo. Estorcere quello è il modo più facile per risalire fino al paradiso.

Hai gli occhi dove non tramontano più aquile, quando i corpi sono ricolmi dei troppi ricordi da distruggere l’argine.

Guarda il cielo di ruggine, e stai dentro la paura che sia solo altro pavimento.

Di qualcosa che sta più in Alto

senza avvicinarsi al centro.

 

Fato horn

Da qui in poi è il sentiero a seguire i passi. Il ghiaccio brucia, riscalda solo la neve.

Io e te abbiamo gli occhi bui, perché dove stiamo andando nemmeno il sole ha messo piede.

Tu non sei più la stessa, lo si vede già adesso. Eppure sento di amarti più di ieri, senza alcun compromesso. Ci siamo conosciuti dove tutto era noto, sapevamo di quel presente fino a che tutto fu niente, travolto dal terremoto. Ora, nel futuro in cui dimoro convivo con le scelte, gli insuccessi, le assenze e le vittorie, a volte ciò che più adoro di te mi ferisce la fronte, e io comprendo quanto il dolore e l’amore siano un filo comune.

Cosa serve l’immortalità, quando non sappiamo cosa farcene di questa sola, unica, crudele e dolce vita?

Quando pensi sia finita, dove senti sia tutto qui quello che sai fare, né inizia un’altra, e non è nell’al di là.

Ho vissuto più in questi tre anni al tuo fianco del resto del mio tempo.

Fino al momento che si scrive con il tuo nome non avevo rughe né segni sul corpo.

Ho incominciato a sentirmi con te. A sudare la fatica.

A vedere la prima vecchiaia sul viso.

E scopro di non aver paura di lasciare la giovinezza, le psicosi, le isterie, le manie e le lacerazioni degli anni ruggenti, quelli in cui si può fare tutto e non si fa nulla.

Erano i tempi in cui “io sono” imperava e mutilava ogni atto.

Questa è l’epoca del Noi, mentre intere generazioni e campi coltivati di carne sono morti tra l’essere e il fare, incastrati tra il potere e il dominio. La guerra che soffia negli altri paesi è terribile, innegabile, spiazza la gola.

Ma il genocidio umano a cui si assiste da immemore tempo, un massacro a cui nessuno da voce, perché si rende irriconoscibile ai volti, questa è la cosa da cui dovremmo guardarci.

Se sopravviviamo a questo indicibile, all’innominabile orrore del quotidiano, della miseria, dell’odio e dell’abbandono allora potremmo vivere un’altra vita. Perché la meritiamo, anche e soprattutto per la nostra cattiveria, per ciò che abbiamo fatto e che abbiamo permesso di fare ad altri.

La morte coglierà anche noi, ma sarà un cancro, una malattia di quelle che non lasciano speranza o semplicemente ci spegneremo perché avremo vissuto oltre le aspettative del vecchio mondo.

L’agonia e l’angoscia non ci verranno risparmiati, siamo umani. Ci tortureranno le piccole cose quanto quelle importanti ci faranno piangere.

Ma non moriremo al bancone di un bar, incollati alle slot o in locale con il drink annacquato.

Non periremo in un salotto, sepolti dalla noia e dalle prigioni di parole. Se abbiamo il fato di scegliere di che vita vivere, avremo anche in mano di che morte morire.

Per ciò che ho visto negli altri, e per quello che gli altri hanno visto di me diverro’ cieco.

In quel momento inizierà l’ultima vita, quella più rara e preziosa, quando vedrò solo te.

…e poi più null’altro.

Dove stiamo andando, oltre l’aurora e l’arcobaleno vi è un Noi di cui non sappiamo. Sarai tu dal volto diverso, quella di cui mi innamorero’ nuovamente. Per la prima volta.

Tu sei sempre, ininterrottamente, la prima volta.

Tra molte vite, sarai infine l’ultima dolce, prima volta.

 

 

Sigil

Cerchi nel cranio

Idee a graffite ebbre nel vialetto.

Segni del grano

Maree di spighe bagnano a secco.

Cenni sul brano

Trincee nemiche dal sapore di clarinetto.

Regni nel profano

Vi è un rumore di violino sotto il soprano maledetto, lo senti solo se spegni quel divano, se vegli ai confini del letto.

Sono come delfini ai bordi dei sogni, bambini storpi e sordi ai nuovi accordi, non sorridono ai coriandoli.

Il re è vestito e muto, esce da Corte per vedere la morte dei miracoli sui volti dei miserabili.

Qui il caos ordina ai pavidi.

La quarta faccia orrida di madre coraggio,

Sigil

La città senza andata a ritorno

costruita sulle macerie del viaggio.